Homepage

Antimaka si ispira al greco antico, legando anti (contro) e mache (battaglia). Evoca una figura mitologica che ripudia la guerra, lottando per la pace e la giustizia.

NO-ICE. Solidarietà con l'America che resiste. Intervista con padre Alex Zanotelli

Padre Alex Zanotelli denuncia la deriva autoritaria in atto negli Stati Uniti, dove le violenze dell’ICE — ormai vere milizie fuori controllo — annunciano il crollo dello Stato di diritto. Dietro l’odio verso i migranti vede la matrice profonda del suprematismo bianco, comune all’Europa e all’Italia della “remigrazione”. Per Zanotelli, la questione dei migranti sta assumendo oggi un ruolo morale paragonabile a quello che ebbe l’abolizione della schiavitù nell’Ottocento. Di fronte alla militarizzazione globale e alla cancellazione del diritto internazionale, l’unica risposta possibile resta la nonviolenza, radicata nel Vangelo, rilanciata da Tolstoj e resa arma politica da Gandhi. Una tradizione che trova in Martin Luther King la formula più drammatica e attuale: “o la nonviolenza o la non esistenza”. Ma per Zanotelli serve una mobilitazione dal basso capace di sfidare poteri armati e rassegnazione.

Perché Trump potrebbe ritirare l’ICE da Minneapolis. Le proteste di massa c’entrano poco

La possibilità ventilata oggi da Trump che gli agenti dell’ICE potrebbero lasciare Minneapolis è un importante segno politico. Ma non sono le proteste di massa e le manifestazioni di solidarietà con i cittadini di Minneapolis a motivare questa possibile svolta. Trump subisce tre pressioni distinte. Primo, alcuni repubblicani nel Congresso, avvertendo un rischio di consenso nei propri collegi, stanno minacciando di non votare il rifinanziamento del Dipartimento per la sicurezza interna se l’Amministrazione non apre un’indagine sulle operazioni dell’ICE. Secondo, nel mondo economico, oltre sessanta amministratori delegati di grandi imprese dislocate in Minnesota stanno invocando la de-escalation immediata, preoccupati per i danni economici e reputazionali che i loro affari potrebbero subire. Infine, alcune lobby pro-armi criticano la “giustificazione” ufficiale secondo cui gli agenti avrebbero sparato perché la vittima era armata: tesi per loro insostenibile visto che il diritto di girare armati è un’icona culturale dell’American Way of Life e la base del loro business. E vale per tutti, anche per i manifestanti anti-governativi. In questo intreccio, la formula prudente di Trump (“a un certo punto” l’ICE lascerà il Minnesota) serve a guadagnare tempo e contenere una crisi che è diventata nazionale.

Il nemico del mio nemico non è mio amico. Critica della ragione algoritmica

Hanno cominciato con il ritornello dell’aggressore e dell’aggredito. Poi hanno accusato di stare con Hamas chiunque denunciasse il genocidio palestinese. Poi ci hanno spiegato che, se condanni l’operazione militare americana a Caracas, allora stai con Maduro. Oggi dovremmo scegliere: la teocrazia degli ayatollah oppure la restaurazione dinastica dei Pahlavi. Domani toccherà decidere: Trump o Xi. Ma noi lo sappiamo. E in questa trappola non ci caschiamo. Perché la politica non è un talk-show né una partita di calcio commentata in diretta social. E non abbiamo bisogno di scegliere un campo per sentirci dalla parte giusta, o col Bene o col Male, come vorrebbe l’algoritmo manicheo dei social. Scegliamo di capire, anche quando è scomodo. Non è neutralità. È esercizio consapevole del pensiero critico.

Il vero nemico dei trumpisti, secondo Piketty: la sinistra social-democratica globale

Nel suo ultimo intervento su Le Monde, Thomas Piketty propone una lettura netta del nuovo ciclo politico aperto dal ritorno di Donald Trump. Il trumpismo non è caos né semplice populismo, ma l’espressione coerente di una destra nazionalista, autoritaria ed estrattivista, dotata di un progetto di lungo periodo. Il riferimento centrale è il Project 2025, piano dettagliato elaborato dai think tank conservatori per la conquista dello Stato e la neutralizzazione dei contropoteri. Piketty rovescia la narrazione dominante: il vero nemico dei trumpisti non è il liberalismo centrista, considerato debole e funzionale, ma la sinistra social-democratica globale. Redistribuzione, tassazione dei grandi patrimoni, cooperazione fiscale internazionale e politiche climatiche rappresentano una minaccia diretta agli interessi materiali dell’élite trumpista. La battaglia è globale e riguarda il futuro della democrazia stessa.

La National Security Strategy americana: la pancia di Trump e il cervello di Vance

Incentivare gli scambi da una posizione di forza e ricatto, infischiarsene di diritti umani e stato di diritto, riprendersi il cortile di casa, favorire l'ascesa di forze politiche che condividano la xenofobia e il dipregio per le regole. Questa in sintesi la filosofia della National Security Strategy dell'amministrazione Trump. Certo, la NSS è un documento che in teoria dovrebbe ispirare ma che di fatto è una certificazione di quanto si fa o anche una montagna di chiacchiere inutili perché le crisi sono quelle che generano risposte ed azioni e quelle non le decidi prima. Quel che è interessante del documento è che mette per iscritto ciò a cui abbiamo assistito nel 2025.

Ideologia e scontro di civiltà: come i think tank conservatori modellano la visione dell’Europa nella National Security Strategy di Trump

La nuova National Security Strategy americana propone un’immagine dell’Europa come civiltà fragile, segnata da crisi demografica, tensioni identitarie e istituzioni sovranazionali considerate corrosive della sovranità. Questa lettura affonda le sue radici nella produzione di lungo periodo dei principali think tank conservatori americani — Heritage Foundation, Claremont Institute e circuito National Conservatism. Le loro analisi su declino, migrazioni e identità sono diventate la lente concettuale attraverso cui la Casa Bianca interpreta l’Europa. La NSS 2025 traduce così un immaginario culturale in dottrina strategica: un’Europa pericolosa, da riorientare a destra e rapidamente. Il gruppo dirigente della "rivoluzione americana" non sta tagliando i legami con l'Europa, sa di non potere. Ma ha bisogno che l'Europa si allinei alla sua visione per non rischiare che trascini tutti con se nel baratro della sostituzione etnica e della fine della civiltà occidentale.

Relativismo, propaganda e informazione: la deriva dei media occidentali nei conflitti contemporanei

L’articolo denuncia come, nell’epoca del relativismo informativo, i media occidentali accolgano e diffondano narrative di guerra senza adeguata verifica. Attraverso esempi sull’Ucraina e sul conflitto israelo-palestinese, Basile sostiene che l’opinione pubblica europea abbia smarrito la cultura del dubbio, favorendo la propaganda e ostacolando una lettura critica e realmente documentata dei fatti internazionali.

Il socialismo municipale di Mamdani: una tradizione americana contro il mito del “rosso pericolo”

Nadia Urbinati difende il “socialismo municipale” rilanciato dal candidato newyorkese Mamdani: un’eredità storica americana, non un’ideologia straniera. Nata nell’Ottocento come reazione liberale e sindacale alle disuguaglianze urbane, questa tradizione mira a garantire servizi pubblici, case accessibili e scuole per tutti. La città, non la nazione, è il vero laboratorio della democrazia sociale.

Niente è meglio della pace: il Papa chiama alla fraternità e alla fine delle guerre inutili

In un’udienza generale dedicata alla fine della Prima Guerra Mondiale e al tema della fraternità, Papa Leone XIV denuncia le «guerre inutili», l’odio e le divisioni che ancora travagliano l’umanità. Invita a riscoprire la pace come dono e vocazione, non come utopia, e sottolinea che l’altro è sempre un fratello, richiamando il Vangelo e l’esempio di san Francesco d’Assisi.

“Il genocidio in Sudan è finanziato dagli Emirati. L’Occidente tace e tradisce le sue stesse leggi”

L’attivista sudanese Niemat Ahmadi, sopravvissuta al genocidio del Darfur, denuncia il silenzio complice dell’Occidente davanti alle atrocità in Sudan. Secondo lei, gli Emirati Arabi Uniti finanziano e armano le milizie responsabili del genocidio, mentre Stati Uniti ed Europa fingono di sanzionarle. “Chi arma i regimi autoritari alimenta guerre, migrazioni e radicalizzazione”, avverte.

Gaza tra tregua fragile e disperazione

Dopo due anni di guerra, un cessate il fuoco precario offre solo un momentaneo sollievo alla popolazione di Gaza. Philippe Lazzarini, commissario generale dell’UNRWA, avverte che senza una forza internazionale di stabilizzazione, una governance locale efficiente e una soluzione politica duratura, la tregua rischia di essere solo l’anticamera di nuove tragedie.

Riflessioni e Interventi

La guerra per la CNN. Trump alla conquista dell'informazione globale

Quando l’8 dicembre Paramount Skydance ha lanciato la sua offerta ostile per l’acquisizione di Warner Bros. Discovery, molti osservatori l’hanno letta come un semplice scontro industriale per asset, cataloghi e proprietà intellettuali. Ma gli 82 miliardi dell’accordo preliminare con Netflix e i 108 miliardi improvvisamente messi sul piatto da Paramount acquistano senso solo se si guarda sotto la superficie. E acquistano senso politico se consideriamo che il vero terreno di scontro non è HBO o la library Warner. È CNN, la nave ammiraglia delle news di Warner Bros. Discovery. CNN è un’infrastruttura globale dell’informazione e da anni uno dei bersagli privilegiati degli attacchi di Trump, per la sua impostazione liberal-progressista e spesso critica verso l’attuale amministrazione americana. E la Paramount Skydance è controllata da Larry Ellison e suo figlio David, vecchi amici e grandi finanziatori di Trump. La chiave di una delle scalate ostili più ambiziose nella storia dei media è in una domanda: chi orienterà il principale megafono informativo dell’America contemporanea?

“Rabin ci insegnò che si può combattere il terrorismo senza smettere di cercare la pace”

Nel trentennale dell’assassinio di Yitzhak Rabin, Bill Clinton ricorda alla Columbia University l’amico e “soldato della pace”. Rievoca la forza morale del leader israeliano, capace di difendere la sicurezza del suo popolo e, insieme, di tendere la mano ai palestinesi. “Rabin capì che la democrazia ebraica poteva sopravvivere solo condividendo il futuro con i suoi vicini”.

Le 7 guerre di Trump

Quando Donald Trump afferma di aver posto fine a «sette guerre» (“seven unendable wars”) in circa sette mesi, non fornisce un elenco ufficiale universalmente riconosciuto, ma diversi analisti e fact-checker hanno ricostruito a quali conflitti e tensioni internazionali probabilmente si riferisca. Ecco l’elenco aggiornato con le date (o intervalli temporali) in cui Trump ha fatto intendere che ciascuna “guerra” sarebbe stata fermata o disinnescata.

È morto il Papa della pace. Il suo ultimo Urbi et Orbi diventa un’eredità per il mondo

È morto Papa Francesco, il Papa della pace in tempi di guerra. Il suo ultimo messaggio pubblico, pronunciato ieri nel giorno di Pasqua, ha il tono di un primo testamento. Nell’Urbi et Orbi dalla loggia di San Pietro, ha esortato il mondo a non rassegnarsi alla violenza e all’indifferenza. Ha invocato la fine dei conflitti in Terra Santa, Ucraina, Sudan, Haiti, e denunciato le ingiustizie che alimentano guerra, fame e migrazioni forzate. In un tempo lacerato, il suo appello alla dignità umana, al disarmo e alla giustizia resta come un’eredità spirituale e civile. Un ultimo gesto di guida in un’epoca smarrita.

Ripensare la pace: tra illusioni occidentali e realtà del conflitto

Su La Stampa - nel dialogo tra Domenico Quirico e Gabriele Segre - la pace è analizzata come concetto logoro, svuotato di senso dall’Occidente che ne ha fatto un vessillo ideologico. Di fronte al ritorno della guerra in Europa, emerge la necessità di ripensare la pace non come mera assenza di conflitto, ma come processo politico attivo e realistico. La riflessione smaschera le illusioni di stabilità e denuncia l’inadeguatezza delle classi dirigenti europee nel prevenire le crisi belliche.

Le vendette di Trump: dissenso, università, magistratura

Un articolo di Zachary B. Wolf sul sito della CNN descrive l’uso sistematico del potere esecutivo da parte di Trump per reprimere ogni forma di dissenso, interno o pubblico. Attraverso proclami ufficiali, il presidente ha ordinato indagini su ex funzionari come Chris Krebs e Miles Taylor, accusandoli di tradimento e revocando le loro autorizzazioni di sicurezza. Ha esercitato pressioni su studi legali, minacciato l’impeachment dei giudici ostili, chiuso uffici federali in città non allineate e congelato fondi a università ritenute ideologicamente scomode. Studenti stranieri e attivisti come Mahmoud Khalil sono stati arrestati o dichiarati deportabili. Il messaggio, netto, è che il dissenso non sarà tollerato. Il presidente della Corte Suprema John Roberts ha reagito denunciando pubblicamente l’attacco all’indipendenza della magistratura.